22/03/11

Caro Gemmologo

Caro gemmologo, tu in realtà sei un fisico. O forse un chimico, quando ad esempio inquadri un alone metamittico. E sei ottico quando usi il rifrattometro. Ma in definitiva chi sei? Quando ti siedi al tavolo con i legislatori per dare il tuo parere a riguardo delle norme che regoleranno il commercio dei preziosi (si spera in modo semplice ed applicabile) indossi l’abito del competente e porti orgogliosamente il tuo voluminoso bagaglio tecnico utile dirimere le controversie. Poi in ufficio, al crepuscolo da solo, dopo le ore di lavoro, ti accorgi che la tua identità sbiadisce, evapora nelle mille mansioni che ti riguardano. La gemmologia è infatti una disciplina sfuggente che fa da cerniera tra altre scienze.

Si avvale delle applicazioni pratiche e sperimentali di leggi fisiche, chimiche, mineralogiche. Condivide molte prerogative della geologia. Ma può ottenere i migliori risultati solo attingendo contemporaneamente (ed in modo creativo) da svariati approcci scientifici. In fondo tutte le pietre diventano preziose grazie all’intervento dell’uomo. Sono la natura trasformata dall’uomo che la osserva.

Ecco allora perché eccellenti gemmologi come Richard Hughes e Vincent Pardieu (solo per citarne due dell’Olimpo) nei loro splendidi resoconti* non tralasciano l’uso delle scienze umane e sociali. Guardano anche con l’occhio del geografo, ripercorrono vecchi sentieri di scambio, rilevano miti e superstizioni, rintracciano le comunità nascoste dietro l’uso di uno spinello o del turchese o del rubino. Sono all’occorrenza antropologi, etnologi perché i loro reportage sono redatti esplorando e rivoltando le miniere come un calzino. Si avverte un genuino calpestio di stivali nel fango e il clic delle torce, l’oscurità delle gallerie.

L’invadenza dello sfruttamento minerario è sempre misurato con la compatibilità con le esigenze delle comunità insediate, con l’integrità dell’ecosistema. Si sente l’immortale spirito di Goethe, un po’ letterato, un po’ geologo, molto poeta. Io credo che si senta bisogno di questi lavori che, con contagiosa curiosità, liberamente spaziano tra le linee di confine tra le scienze naturali e quelle umane. Nella completezza ed apparente eterogeneità dei dati tutto poi diventa lineare, necessario e comprensibile. L’occhio parte dalla gemma e vi fa ritorno con tante storie da raccontare. Questa è pura gemmologia.

scritto da Paolo Minieri

15/03/11

Debito pubblico: per ridurlo vendiamo pure l’oro di Bankitalia?

Dopo la patrimoniale, riproposta nelle scorse settimane in ambienti intellettuali vicino al centrosinistra, ecco una nuova idea destinata a far discutere: dismettere l’oro e le scorte di Bankitalia (in tutto circa 110 miliardi di euro) per ridurre una fetta dell’impressionante debito pubblico italiano che a gennaio è aumentato di 36,7 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo quota 1.879,9 miliardi.La provocazione viene stavolta dalle associazioni dei consumatori (Federconsumatori e Adusbef), secondo cui il nuovo aumento del debito «equivale ad un gravame di 31.331 euro per ognuno dei 60 milioni di abitanti», ossia 4.242 euro l’anno per ogni famiglia, a cui occorrerebbe aggiungere 1.250 euro dovuti ai rincari di servizi bancari, bollette, pedaggi autostradali, Rc Auto, ecc.
Tuttavia, la dismissione delle scorte, oltre a limitare di poco l’enorme debito (in questo caso sarebbe più efficace la patrimoniale), avrebbe un effetto solo sull’immediato, ma non sul lungo periodo: se non si tagliano le spese dello Stato, è difficile poi, una volta ridotto, non far risalire ancora una volta il livello dell’indebitamento. E, quindi, fa bene Mario Draghi a tenersi stretto l’oro di Bankitalia. Con buona pace dei consumatori

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